Pamela Testa

P-h-o-t-o-g-r-a-p-h-s

CONTEMPORARY GHOSTS

Tra i molti tratti pertinenti alla definizione di cosa si possa ritenere essere un fantasma, in particolare ve n’è uno che rileva rispetto al focus di questo lavoro: la sua ineffettualità.
Un fantasma non è fermato dai muri, vi passa attraverso.
Un fantasma non è riflesso negli specchi, vi scompare.
Un fantasma non ha presa né impatto sulla realtà, non ha potere di causare, le sue azioni non producono esiti, effetti.
Ad un fantasma, per tutte queste ragioni, è difficile, se non impossibile, attribuire una precisa identità individuale, se si assume che ciascuno sia innanzitutto ciò che fa e fa accadere.
La condizione di fantasma quale quella di entità ineffettuale, dall’identità imprecisabile e sfuggente, appartiene a me come a molte e molti miei contemporanei.
Appartiene a tutti quanti esperiscano uno stato di minorità (cfr D.Giglioli, “Stato di minorità”, Laterza, Bari, 2015) a cui sembra siano stati condannati, in perpetuo, dal tempo e dall’epoca in cui vivono, dal sistema di relazioni sociali, politiche ed economiche che incarnano quest’età grama, che non ci lascia vivere pienamente, che ci uccide o, per lo meno, approssima la nostra vita alla morte, rendendoci, appunto, fantasmi.
“La sensazione che vivono gli individui di questo presente è quella di una assoluta indifferenza della loro azione per il mondo; perché il mondo appare sempre retto da un altrove – il quale può essere declinato come un’ulteriorità infinita (il governo, l’Europa, le banche, la finanza, la tecnica) – che rende del tutto indifferente l’esserci o il non esserci dell’azione del singolo. L’uomo che vive nello stato di minorità è dunque, oggi, l’uomo che non agisce, l’uomo che non riconosce sé stesso nelle proprie azioni, non tanto perché il mondo gli impedisca di agire, quanto perché le sue azioni non vengono riconosciute come tali dal mondo. L’uomo che vive in uno stato di minorità rischia, dunque, in questa sorta di inibizione rispetto all’azione, di smettere di essere sé stesso; rischia, nella sua indifferenza all’azione, di diventare indifferente a sé e di ridursi ad altro da sé.” (Luca Illetterati, Alias Domenica, il Manifesto, 24/5/2015)
Un fantasma non è, tuttavia, talvolta, appare.
Qualora appaia di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica, in taluni casi può anche accadere che riesca ad impressionarne la pellicola, che lasci traccia, testimonianza ipotetica di sé, della propria possibilità.
Le foto raccolgono le immagini di alcuni di loro nelle proprie camere da letto, luogo che più d’altri li contiene, dove (non) iniziano e (non) finiscono le giornate, alla ricerca di una identità.
Ciascuno di questi fantasmi, in una certa misura, è una vittima, dunque a ciascuno di essi può, anzi deve essere attribuito un carnefice/artefice (quantomeno ideale) del quale non va taciuto il nome.
L’atto di battezzare il proprio carnefice, o artefice che dir si voglia, è forse l’unica azione che un fantasma possa ancora portare ad effetto.
Un tale atto è qualcosa di più e qualcosa di meno di un mero atto di denuncia: vale, da un lato, ad offrire un contributo basilare, non banale alla rappresentazione dello stato di cose che ci condanna; d’altro canto è utile ad identificarci, se non attraverso la traiettoria unica di un’esistenza piena, che ci è negata, almeno con uno di quanti (tra i pochi cui sia concesso ancora il privilegio di agire e vivere compiutamente) abbiano contribuito a decretare tale negazione.

(Film photography, 2013)